Sei arrivata in Italia a otto anni, in Sardegna. Che ricordi hai di quel periodo?

Eravamo io, mia sorella e forse un’altra famiglia senegalese in tutta la zona. A scuola eravamo le uniche bambine nere. C’era anche un bambino di origine indiana, ma era stato adottato da una famiglia italiana, quindi per tutti la vera “straniera” ero io.

In quel contesto, la tua identità non è qualcosa che definisci tu, ma qualcosa che ti viene proiettata addosso dagli altri. Non voglio dire che sia stato un periodo brutto, ero troppo piccola per razionalizzare tutto ma è stato complicato. Anche nello sport, nella pallavolo… a volte era bellissimo, altre volte sentivi il peso di essere “quella diversa”.

Diventi il termine di paragone per ciò che è considerato straniero, anche se quella terra la stai abitando e vivendo esattamente come i tuoi coetanei.

In quegli anni, che rapporto avevi con il Senegal?

Era un legame molto debole, fatto più di frammenti che di ricordi reali.

In casa, ad esempio, mio padre insisteva perché parlassimo solo italiano, rifiutando il wolof. La sua idea credo fosse quella di negoziare il nostro posto in un mondo che spesso ti accetta solo se scompari dentro la sua cultura. Era forse una forma di protezione? Non lo so, ma ho imparato a conoscere mio padre più in là.

Pensa che quando sono nata mio padre era già in Italia e, per molto tempo, ho creduto che uno dei miei zii fosse mio padre. Ho iniziato a colmare certe distanze solo dopo, una volta arrivata qui. È stato allora che ho cominciato davvero a conoscere lui e , in un certo senso, anche me stessa.

Quando hai sentito di ritrovare davvero il Senegal?

A diciassette anni, in Francia. È stata la svolta. Per la prima volta mi sono trovata circondata da persone nere, da volti simili al mio, provenienti da tante parti del mondo. Vivevo con mia cugina e lì ho ricominciato a sentire il wolof, la lingua di mio padre.

È stato come se qualcosa si riattivasse dentro di me. Ho iniziato ad ascoltare, a capire, ad avvicinarmi a una cultura che mi apparteneva ma che non avevo mai davvero conosciuto. Ho capito che non dovevo scegliere tra essere sarda o senegalese. Potevo riappropriarmi della mia lingua e della mia storia senza che questo minacciasse la mia presenza in Europa.

Nel 2024 sei tornata in Senegal. Che tipo di viaggio è stato?

È stato il passo più grande. Senza dirlo a nessuno ho preso un volo e sono tornata lì. Volevo capire cosa fosse rimasto di me, tra quelle strade e tra quelle persone.

È stato un viaggio duro, ma importante per me. Molti dei parenti che ricordavo non c’erano più e in quel dolore ho capito che non potevo più restare in bilico. Dovevo ricucire i legami, riannodare i fili della mia storia.

Oggi vivi a Firenze e, insieme a tua sorella, hai creato un gruppo informale di giovani senegalesi. Da dove nasce questa esigenza?

Vogliamo combattere la marginalizzazione, sia quella imposta dall’esterno che quella auto-inflitta. Vedo troppi ragazzi sospesi, senza una direzione, spesso intrappolati in circuiti di precarietà estrema.

Il collettivo non nasce per imporre un modello, non tutti devono per forza seguire un percorso accademico o simile. Ma tutti devono prendere coscienza del proprio peso nella società. Vogliamo creare un’intersezione reale tra la nostra eredità senegalese e la realtà italiana. Vogliamo che questi giovani trovino un loro spazio di cura come luogo dove parlare, confrontarsi, crescere. Anche questo significa appartenere.

Non partiamo dal problema da risolvere, ma dalla persona. Molti servizi vedono solo l’urgenza tra documenti, lavoro, casa. Tutto giusto, ma manca lo spazio per parlare di frustrazione, identità, fallimento, sogni. Senza quello, anche il resto diventa fragile.

Com’è il rapporto con la prima generazione di senegalesi a Firenze?

Il Senegal, nelle dinamiche familiari, è una società profondamente matriarcale. Le donne tengono insieme tutto, anche se spesso in silenzio. Ma qui, nel contesto migratorio, prevalentemente maschile, le cose cambiano. Molti genitori spingono i figli a lavorare subito, a portare soldi a casa. Non per cattiveria, ma per la pressione economica. Il problema è che così si sacrificano sogni, formazione, possibilità. Noi giovani dobbiamo avere il coraggio di dirlo, anche quando fa male. Sempre con rispetto, perché il rispetto è un valore centrale nella nostra cultura. È un equilibrio difficile, ma necessario.

Fermiamoci sul termine “identità”. Per te, che vivi all’intersezione di più mondi, cosa resta di questa parola oggi?

Odio le etichette. Se devo rispondere, dico che sono senegalese, italiana e anche un po’ sarda. Ma in realtà non mi importa molto. Quando incontro qualcuno non chiedo mai “di dove sei?” perché quella domanda crea subito confini. Siamo esseri umani prima di tutto. Mi infastidisce vedere l’identità usata come strumento politico o come qualcosa di fisso. L’identità è un processo, cambia con te. Ognuno dovrebbe avere il diritto di viverla senza doversi giustificare.

A volte è stancante. Sono musulmana praticante, non bevo, non fumo. Con i colleghi si scherza, si ride. Il problema nasce quando si scivola nei pregiudizi, nelle battute fuori posto, nelle domande inopportune solo perché sei percepita come “l’altra”. Io vorrei una società più umana, meno ossessionata dalle categorie e più capace di ascolto.

La mia identità è fluida: è senegalese, è sarda, è italiana, ma soprattutto è mia. Il mio obiettivo non è essere “accettata”, ma essere riconosciuta nella mia complessità, senza dovermi giustificare o semplificare per il comfort degli altri.

Il consiglio di Fatima per chi ci legge?

Non lasciate che siano gli altri a scrivere il vostro percorso. Prendete dai vostri genitori la forza e la capacità di sacrificio, ma costruite la vostra strada.

E smettetela di cercare confini dove non dovrebbero esserci.

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