La salute mentale non è un concetto universale e neutro: ha una storia, nasce dentro specifici contesti culturali, linguistici e istituzionali, e porta con sé idee su ciò che significa stare bene, soffrire, curare e prendersi cura. Quando incontra la mobilità umana, le differenze di lingua, genere, origine, classe, esperienza migratoria e posizione sociale rendono visibili tanto i limiti quanto le possibilità degli strumenti con cui interpretiamo la sofferenza.

Nel suo percorso professionale, Dolores si è interrogata sul proprio modo di ascoltare l’altro e sui limiti delle categorie con cui leggiamo un’esperienza. Da qui la ricerca di una pratica clinica più plurale, capace di mettere in discussione ciò che diamo per scontato e di accogliere modi diversi di raccontare, interpretare e dare senso a ciò che viviamo.

La conversazione è nata quasi per caso, a braccio, senza domande preparate, in un parco pubblico. Siamo passate dall’umiltà come metodo alla lingua come luogo di potere, di asimmetria ma anche di resistenza; dalla maternità alle responsabilità che attraversano le frontiere; dalla sofferenza prodotta dalle condizioni in cui si vive al diritto di raccontare la propria storia con le proprie parole. Abbiamo parlato di come scrittura e arte possano aprire spazi che il linguaggio clinico a volte restringe, fino a un’esperienza scolastica in cui ragazze e ragazzi hanno provato a scrivere cosa significhi, per loro, “casa”. È, in fondo, una conversazione su cosa cambia quando la cura rinuncia alla presunzione di sapere in anticipo chi ha davanti e comincia ad ascoltare la pluralità di esperienze, appartenenze e modi in cui ciascuno può nominare il proprio dolore, il proprio benessere e la propria idea di sé.

Dolores, perché hai sentito il bisogno di avvicinarti all’etnopsicologia?

Perché a un certo punto ho riconosciuto una mancanza. Ho una formazione psicoanalitica e ho sempre lavorato con uno sguardo intersezionale e femminista, tenendo conto di background migratorio, disabilità, bisogni educativi specifici. Ma mi mancava un approccio che rendesse il mio ascolto ancora più plurale. Incontro persone che hanno fatto un percorso migratorio come il mio, ma non uguale. Incontro persone che hanno deciso di partire in condizioni molto diverse da quelle da cui sono partita io. Ho riconosciuto che dovevo capire di che cosa si sta parlando. Ogni cultura (e ogni persona) ha un modo proprio di parlare di salute e di malattia, e quindi di strutturare lo spazio della cura e dell’assistenza. Lavorare con uno sguardo interculturale significa, ancora una volta, essere più umili. L’etnopsichiatria e l’etnopsicologia sostengono che sofferenza, sintomo e guarigione non sono universali nella forma, perché i significati cambiano con la cultura. Dall’antropologia medica, Arthur Kleinman distingue tra disease, la malattia come la nomina la biomedicina, e illness, la malattia come la vive e la racconta chi la attraversa. A queste si aggiunge sickness: il modo in cui la società riconosce, o non riconosce, quella sofferenza. È in questo scarto che si decide se la cura funziona.

Come si coltiva questa umiltà?

Parto dalla psicoanalisi, da quello che Lacan chiamava il “soggetto supposto sapere”: chi arriva dallo psicologo presuppone che quella persona sappia qualcosa della sua sofferenza e di come aiutarlo. Questo presupposto è necessario per creare un legame, come lo è la fiducia. Ma è un sapere supposto, non posseduto, e chi ascolta non dovrebbe mai identificarsi con esso. La parte più interessante è che quel sapere si costruisce insieme. Chi arriva porta una storia, un contesto sociale, culturale, politico ed economico, esperienze, saperi propri, anche un modo suo di guarire. Noi professioniste non abbiamo tutte le risposte. Per questo bisogna guardarsi continuamente, decostruirsi, spogliarsi di quello che si pensava di sapere. Non tutte le persone guariscono nello stesso modo e i sintomi non si esprimono nello stesso modo: non esiste un unico modo di soffrire né di parlare della sofferenza. E bisogna capire non solo le cause del malessere, ma anche ciò che fa stare bene. Ma nessuna e nessuno di noi può conoscere tutte le culture.

Come si lavora con chi viene da un luogo che non conosciamo allora?

Non possiamo essere tuttologhe. Non posso conoscere la cultura del Togo, quella del Messico e quella italiana, sarebbe irrealistico. Mi sono chiesta anche io: non ho mai lavorato in un paese africano, devo esserci stata per aiutare un ragazzo che viene da lì? No. Se mi metto in posizione di ascolto, posso accogliere quello che lui mi racconta: il suo paese, la sua cultura, le tradizioni,  le pratiche religiose e spirituali, i rimedi e le figure di cura a cui si è rivolto, il modo in cui concepisce la perdita e il lutto, il ruolo della famiglia e della comunità, le persone di riferimento che lo hanno aiutato finora a stare bene. In pratica è lui a portarmi nel suo paese. È difficilissimo da fare, perché non c’è un modello unico: il modello lo costruisci con quella persona. Nessun sapere esaurisce il reale.

La lingua è un confine o un ponte? Che ruolo ha la mediazione in questi processi di ascolto?

Entrambe le cose. L’ho vissuto sulla mia pelle: quando sono arrivata in Italia non parlavo italiano e l’ho imparato durante il lockdown, parlando con il mio compagno, leggendo libri, guardando Netflix con i sottotitoli. Avevo condizioni che me lo permettevano: potevo pagare Netflix, avevo il tempo di leggere mentre continuavo a lavorare da casa, avevo un compagno che capiva un po’ di spagnolo e ci aiutavamo a vicenda. Non tutte le persone hanno questa possibilità. La lingua è potere. Se la possiedi accedi ai servizi, al lavoro, alla comprensione di un documento in piena autonomia.

La mediazione linguistica e culturale può aiutare, soprattutto, a spiegare i contesti. Ma c’è un’altra cosa: quando ti mancano le parole provi a raccontare in modo diverso. Se non trovo la parola “bottiglia”, provo a descrivere l’oggetto, e forse ti sto dando più informazione di prima. Quando una persona prova a parlare di qualcosa di intimo senza avere tutte le parole, e lo fa in modo più tangenziale, il discorso può diventare molto ricco.

E la lingua non è solo il potere di chi la possiede: può diventare anche una forma di resistenza. Mescolare le lingue, mantenere un accento, inventare parole quando non ci sono, scegliere di scrivere nella propria lingua madre: sono modi di dire “esisto anche così”. Gloria Anzaldúa scriveva che l’identità linguistica è inseparabile da quella personale. Per questo, quando lavoro con la scrittura, lascio sempre la possibilità di scrivere nella propria lingua: non è solo una facilitazione, è riconoscere che certe cose si possono dire solo lì. Anche il parlare “imperfetto” apre spazi: dove manca la parola esatta nasce un altro modo di raccontare, a volte più vero.

Meglio il colloquio individuale o un lavoro di gruppo?

Dipende dal caso, dal target, dalla generazione. Io penso che la comunità abbia un valore sottovalutato. Quando qualcuno parla, nelle altre persone si smuove qualcosa: “questo l’ho pensato anch’io e non sapevo come dirlo”, “questa cosa mi ricorda un’esperienza mia”. Specchiarsi nelle altre e negli altri aiuta a costruire il proprio discorso. Ma bisogna saper gestire un gruppo e capire se tutte le persone possono partecipare a uno spazio condiviso. Pensiamo anche al giudizio, alla performance, a quanto una persona abbia voglia di raccontare la propria vita anche solo in un incontro uno a uno. In un gruppo possono innescarsi anche dinamiche di gelosia o di esclusione. E le gerarchie della vita fuori entrano nel gruppo: chi ha i documenti e chi no, chi parla bene italiano e prende più spazio, chi teme che quello che dice arrivi alla propria comunità. Lo psicoanalista argentino Enrique Pichon-Rivière, che lavorava con uno sguardo sociale, diceva che, quando qualcosa cambia, sentiamo due paure: quella di perdere ciò che conosciamo e quella di ciò che è nuovo. Chi migra le vive entrambe, e le porta anche nel gruppo. Così, mentre si parla di un tema, il gruppo lavora anche su queste paure, spesso senza dirlo. Per questo un gruppo va pensato e accompagnato: non basta riunire persone con storie simili perché diventi uno spazio di cura.

Cosa porta con sé chi vive tra più paesi?

Molte persone vivono qui e sono padri di figli che abitano a chilometri di distanza, mariti o mogli di qualcuno che è in un altro paese. Si crescono i figli da lontano, si prendono decisioni per la famiglia con una videochiamata, si ricoprono ruoli molto diversi da quelli del contesto di partenza e da quelli del contesto in cui si vive. Non c’è un modo già pronto: si sperimenta, si impara a essere genitore, figlio o figlia a distanza, a rispondere alle aspettative familiari, alle rimesse. Tutto questo pesa e fa parte della sfera della salute mentale, ma spesso la persona non riesce nemmeno a definirlo e non sa a chi dirlo. Può parlarne con un connazionale, ma si torna alla comunità, dove a volte scattano delle dinamiche particolari.

Chi guarda queste sofferenze? C’è un modo per prendersene cura?

La migrazione porta con sé tante cose di cui non si parla, e che si scoprono solo vivendole o parlando con chi le vive. C’è molta sofferenza in silenzio. Io la vedo nella maternità: a volte devo dire di no a un lavoro perché mi manca aiuto. La maternità è già tanto, quella migrante ancora di più. Puoi parlare con altre mamme, ma capiscono la tua dimensione soprattutto se hanno i nonni qui. Poi c’è la pressione sociale e lavorativa: devi produrre, devi essere una mamma bravissima, portare tua figlia a scuola, seguire le attività extrascolastiche. Per chi migra la responsabilità è doppia, perché rispondi qui e rispondi anche a chi è rimasto: nel mio caso in Argentina, dove ci sono legami e aspettative a cui dare risposte. 

Una persona porta con sé le aspettative del luogo da cui viene e di quello in cui vive. Ecco che emerge il tema della circolazione della cura, di cui parlano Loretta Baldassar e Laura Merla, e delle catene globali della cura descritte da Arlie Hochschild.  Pensiamo a una donna che arriva in Italia per fare la badante: si prende cura di una persona anziana qui, mentre i suoi figli restano nel paese d’origine, accuditi dalla nonna o da un’altra donna. Ogni anello della catena cura qualcuno e, allo stesso tempo, lascia qualcun altro. Loretta Baldassar e Laura Merla aggiungono che la cura non si perde soltanto, ma circola: va e viene tra i paesi con le videochiamate, le rimesse, i consigli, le visite. Si dà e si riceve, anche se non sempre in modo equilibrato. La cura che attraversa i confini, con costi emotivi spesso invisibili. 

Quali spazi di ascolto concreti si possono creare oggi?

Ti faccio un esempio. Quando ero incinta ho trovato un gruppo che si chiamava “Benessere in gravidanza”. Si parlava di gravidanza, nascita e post-parto. Ci incontravamo, parlavamo, e uscivamo molto più leggere, perché avevamo ascoltato storie, condiviso pensieri, emozioni e paure, e c’era qualcuna con più esperienza che dava consigli. Creare luoghi dove incontrarsi e parlare è fondamentale. Ma qui si torna al cane che si morde la coda: c’è il potere linguistico, c’è il privilegio di poter andare in quegli spazi, e c’è chi non li conosce nemmeno.

Come arrivarci, allora? O come creare canali che facilitano questo accesso?

Con modi di prossimità, e coinvolgendo i servizi. In quel caso erano le ostetriche: dire alle mamme che vengono ai controlli che ogni venerdì dalle 9 alle 10 c’è questo spazio. Serve una rete che funzioni davvero, che arrivi a tutte, in cui ci si senta riconosciute e viste. E serve un tipo di spazio diverso: chi migra si ritrova a raccontare sempre la stessa storia a uffici, servizi, forze dell’ordine, spiegando chi è, da dove viene, di cosa ha bisogno, quali documenti ha. Bisogna creare spazi dove parlare con altre parole, dove tutto questo possa rimanere fuori e tu sia altro oltre la tua migrazione.

Così possono emergere altri aspetti della tua vita. Perché quando si parla di salute mentale si guarda molto il trauma, il disagio, la malattia. Ma la persona porta con sé anche un sacco di talenti: la sua storia di vita non si riduce a quello che la definisce agli occhi dei servizi. La salute mentale non è legata solo alla migrazione o a quello status che si protrae negli anni: come tutte le persone, anche chi migra ha problemi e difficoltà legati ad altri motivi.

La sofferenza di chi migra è solo individuale?

No, e credo sia importante dirlo. Una parte del malessere la producono le condizioni in cui si vive: l’attesa dei documenti, che a volte dura anni, la precarietà, il dover dimostrare continuamente di essere credibili. Nella procedura d’asilo la propria storia diventa una prova da esibire, e anche il dolore deve essere dimostrato. Se non lo diciamo, rischiamo di trasformare in diagnosi individuale qualcosa che è collettivo e politico. Non tutto il dolore è un sintomo: a volte è una risposta sensata a condizioni ingiuste. Prendersi cura vuol dire anche riconoscere questo, e lavorare perché i servizi siano davvero accessibili, a partire dalla lingua.

E cosa intendiamo, oggi, per salute allora?

Un tempo era l’assenza di malattia. Poi l’OMS ha parlato di uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, ma anche questa definizione oggi è messa in discussione, perché un benessere completo è quasi irraggiungibile. Bisogna considerare il corpo, la mente, la cultura, le pratiche sociali, la storia, l’equilibrio tra tutti questi aspetti. E, come dicevamo, capire non solo cosa ha causato il disagio, ma anche cosa ti fa stare bene. Un approccio più attivo, integrale, dialogico, perché va costruito con le persone. Molte tradizioni di cura la pensano come equilibrio tra persona, comunità e ambiente.

E il corpo? Che posto ha nella sofferenza e nella cura?

Un posto centrale, e spesso è il primo a parlare. Molte persone arrivano dal medico per il mal di testa, il mal di stomaco, l’insonnia, la stanchezza. In tante tradizioni il dolore si dice così, attraverso il corpo, e non è una mancanza di consapevolezza psicologica: è un linguaggio, che bisogna saper ascoltare. La psicoanalisi nasce proprio da qui: Freud, ascoltando le sue pazienti, scoprì che un sintomo nel corpo poteva dire ciò che non si riusciva a dire a parole. E scriveva che l’Io è prima di tutto un Io corporeo. Il corpo porta anche il viaggio, l’attesa, il lavoro. Ma il corpo è anche risorsa: la danza, il cibo, il movimento, la fede… La memoria passa dal corpo.

 

Penso a scrittura, disegno, musica: che spazio hanno nei percorsi di cura? In Italia sono valorizzati? Sono integrati nei percorsi psicoterapeutici?

Secondo me si può fare di più. Quando le persone non hanno le parole per dire quello che succede loro, l’arte è uno strumento interessante. Parli di un’emozione con un colore, esprimi la paura con un disegno, muovi il corpo in modo diverso per sentirti più leggera. In modo personale, è tuo. Bisognerebbe far entrare queste pratiche in modo sistematico, dentro i percorsi, non solo come “ho questa idea”. Penso anche alle scuole, dove spesso è presente uno sportello di ascolto psicologico: per i bambini che non hanno ancora accesso alla lingua, il disegno e l’arte possono essere una via, se chi accompagna è aperto e formato a decostruire le proprie sovrastrutture.

Hai fatto un laboratorio di scrittura e benessere in una scuola di Firenze. Come è andata?

Mi era stato chiesto un laboratorio su scrittura e benessere. Parlavano tutti italiano e potevano scrivere in italiano, ma insieme alla professoressa abbiamo lasciato la possibilità di scrivere anche nella propria lingua, con traduzione in italiano o in inglese, per chi aveva bisogno di esprimersi nella propria lingua. Ho usato un’attività che amo, ispirata a una poeta che racconta la propria depressione per immagini: ogni verso dice cos’è per lei, con metafore potenti e riconoscibili. L’abbiamo trasformata scegliendo un’altra parola: “casa”. 

“ Che cos’è casa per me?” Quando l’ho chiesto, il tempo si è fermato. Nessuno sapeva cosa scrivere, né dove guardare. Non era un’attività improvvisata: ci era voluto un percorso, in cui avevamo parlato di benessere, bisogni, amici, famiglia, sport fuori scuola. Alla fine sono venute fuori cose bellissime: un piatto cucinato dalla mamma, gli amici che ti aspettano fuori, un biglietto con una destinazione. Ma ho visto la difficoltà enorme di fermarsi, entrare in ascolto con sé stessi e leggersi. Scrivere è un altro passaggio: prendi la penna, hai il foglio bianco davanti, sei solo con te stesso, in uno spazio intimo e sicuro, in cui ti devi guardare. È difficilissimo. Avevano tra i 15 e i 18 anni. Se qualcuno non riusciva a cominciare, dicevo: hai parlato dalla tua nonna, a cosa cucina il mercoledì; quello può essere casa per te?

Alla fine mi sono rimasti addosso i ringraziamenti: mentre uscivano mi salutavano uno a uno, “grazie, è stato molto bello”. Mi sono detta che questi spazi servono a ribaltare vecchi sistemi che non funzionano, quella frontalità tra chi sa e chi ascolta. Abbiamo lavorato due ore.

Penso al tema della scrittura e alla tua partecipazione a DiMMi – Diari Multimediali Migranti. Che cosa ha significato per te scegliere di raccontare la tua storia?

Significa riprendersela. Chi migra racconta spesso la propria storia perché gli viene chiesta: in commissione, in questura, ai servizi. È una storia che deve rispondere a domande precise, essere coerente, credibile. Raccontarsi per sé è un’altra cosa: scegli tu da dove cominciare, cosa dire e cosa tenere per te, puoi contraddirti, lasciare spazio a ciò che ti fa stare bene e non solo a ciò che ti ha ferito. Chimamanda Ngozi Adichie parla del pericolo di una storia unica: quando di una persona si conosce una sola storia, quella diventa la sua identità. La scrittura, il disegno, la parola in gruppo permettono di moltiplicare le storie… Credo che anche questo sia curare: restituire a ciascuno la possibilità di essere autore della propria storia.

La conversazione è finita per strada, con la bimba da prendere a scuola e un treno in arrivo. Abbiamo deciso di continuare in questi giorni e di dare vita a una sezione dedicata, gratuita, al tema della salute e del benessere mentale sulla nostra piattaforma www.italiahello.it. Un servizio gratuito e in più lingue.

Come tutte le cose importanti, questa discussione è rimasta aperta.