Come nasce il tuo interesse per la sociologia?
Quando ho iniziato a fare domanda per l’università, non avevo ancora una direzione precisa. Sapevo però di essere affascinata dalle persone, dalle culture e da come il contesto influenza i nostri comportamenti. Da lì la scelta della sociologia, lo studio delle relazioni, delle istituzioni e dei sistemi sociali.

Alla University of Delaware, dove oggi studio, ho aderito anche a un programma che prevede due esperienze di studio all’estero, offrendomi così l’opportunità di avere più confronti con società molto diverse dalla mia.

Che impatto hanno avuto queste esperienze internazionali su di te?

La mia prima esperienza di studio all’estero è stata ad Atene. Non ero mai stata in Europa e mi sono trovata improvvisamente in un contesto completamente diverso, tra lingua, cultura e aspettative sociali nuove. A volte mi sentivo nostalgica e un po’ fuori posto.

Questo semestre il mio percorso è proseguito a Firenze, dove ho appena concluso un tirocinio con ItaliaHello. Studiare all’estero mi ha resa più consapevole delle idee preconcette che portiamo con noi. Come studentessa americana in Italia, mi sono confrontata con stereotipi sugli studenti statunitensi: rumorosi, privilegiati, interessati soprattutto al divertimento. Non mi rappresentano, ma possono influenzare la percezione iniziale.

Allo stesso tempo, ho dovuto mettere in discussione anche la mia “single story”, chiamiamola così, sugli italiani. Prima di arrivare, la mia visione era influenzata da media e turismo: pasti lunghi, ritmi lenti, uno stile di vita rilassato. Elementi che esistono, ma che raccontano solo una parte della realtà quotidiana.

C’è stato un momento in particolare in cui hai sentito di dover rivedere le tue idee?

La prima volta è stata durante il processo di selezione con ItaliaHello. Mi ero preparata molto: avevo studiato, letto articoli, curato ogni dettaglio, dal modo di presentarmi agli appunti sulle mie esperienze. Ero pronta anche a parlare un po’ in italiano, nonostante le difficoltà.

Poi, entrando nel colloquio, qualcosa è cambiato. L’interazione era informale, aperta, molto più dialogica di quanto mi aspettassi. Mi sono sentita subito a mio agio, anche parlando con persone con un background culturale diverso dal mio. È stato lì che la mia idea di italiani sempre di corsa e sotto pressione ha iniziato a incrinarsi.

Riconoscere questa mia “single story” mi ha fatto capire quanto sia facile leggere pratiche culturali diverse attraverso il filtro delle proprie esperienze. Così come gli stereotipi sugli americani semplificano chi sono, anche le mie aspettative sull’Italia mi impedivano, all’inizio, di coglierne davvero i valori e le sfumature.

Soffermiamoci adesso sul tuo tirocinio con noi. In che modo il periodo insieme ti è servito per sviluppare le tue competenze interculturali e il tuo modo di lavorare?

Lo sviluppo della competenza interculturale è stato uno degli aspetti più importanti della mia esperienza. Significa saper comprendere e adattarsi a contesti diversi, mettendo in discussione le proprie abitudini e punti di vista.

Con il tempo, questo ha avuto un impatto concreto anche sul mio modo di lavorare. All’inizio tendevo a muovermi in modo autonomo e veloce, passando da un compito all’altro, seguendo un approccio orientato all’efficienza a cui ero abituata negli Stati Uniti. Poi ho capito che qui il lavoro si costruisce anche attraverso il confronto, la collaborazione e momenti di riflessione condivisa. Questo ha migliorato molto sia la qualità del mio lavoro sia la comunicazione con le altre persone.

Lavorare in un’organizzazione come ItaliaHello, che supporta persone con background migratorio, ha anche rafforzato la mia comprensione dei concetti di diversità e inclusione. Ho imparato che l’inclusione non è solo riconoscere le differenze, ma creare attivamente contesti in cui le persone si sentano ascoltate, comprese e valorizzate. In questo, la competenza interculturale è fondamentale perché permette di guardare fuori con empatia e rispetto.

In che modo il confronto con ItaliaHello ha cambiato il tuo approccio al tema della migrazione?

Durante il mio percorso con ItaliaHello ho lavorato su attività di ricerca legate alla migrazione in Italia, confrontandomi con colleghe e colleghi su diversi aspetti del tema. All’inizio tendevo a leggere il contesto italiano attraverso una prospettiva americana, influenzata dal dibattito negli Stati Uniti.

Mi sono resa conto abbastanza presto che questo approccio era limitante. Quando ho iniziato a considerare il contesto italiano nella sua specificità, sono riuscita a comprenderne meglio le dinamiche, senza ricondurle continuamente alla mia esperienza personale. È stato un passaggio importante. Non si può comprendere davvero un fenomeno se lo si osserva attraverso una lente parziale.

Riflettendo su questi mesi, mi rendo conto di quanto il mio punto di vista sia cambiato. Vivere e lavorare all’estero ha messo in discussione molte delle mie convinzioni, spingendomi fuori dalla mia zona di comfort e rafforzando la mia capacità di relazionarmi con persone provenienti da contesti diversi.

Il mio percorso è ancora in evoluzione. Grazie a esperienze come questo tirocinio con ItaliaHello sto imparando che comprendere il mondo richiede curiosità, umiltà e la capacità di mettere in discussione la “single story” che spesso costruiamo sugli altri.

Sono insegnamenti che continueranno a influenzare il mio percorso di studi, la mia futura carriera e il mio ruolo in un mondo sempre più interconnesso.

***Intervista realizzata in inglese e tradotta in italiano a cura del team per esigenze di diffusione***