Il 21 febbraio, Giornata internazionale della lingua madre, è un invito a rallentare e soffermarsi sul valore della lingua e delle lingue con cui comunichiamo, pensiamo, agiamo. Non solo cosa diciamo, ma anche da dove parliamo.

Per ItaliaHello, che lavora ogni giorno per rendere l’informazione accessibile in più lingue alle persone migranti che vivono in Italia, la lingua è prima di tutto una chiave concreta: serve per capire, orientarsi, esercitare diritti. Nel tempo la lingua diventa anche memoria, pratica, appartenenza, possibilità.

Ne parliamo con Kossi Komla-Ebri, scrittore e medico-chirurgo, da decenni firma lucida di una scrittura che attraversa lingue e geografie. Scrive narrativa in italiano, compone poesia in francese, studia ewe e interroga le lingue che lo abitano, le mette in dialogo, le lascia contaminarsi. La sua traiettoria è un movimento continuo tra accenti e memorie, dove si supera un’etichetta identitaria alla ricerca di uno spazio di scelta e responsabilità.

Partiamo da qui: che cos’è per te una lingua?

Io dico sempre che dietro le parole c’è un immaginario. La lingua non è solo un mezzo per comunicare quanto più una forma di sguardo. Ogni lingua sceglie cosa rendere importante, cosa nominare e cosa lasciare nell’ombra. In questo senso, una lingua non solo descrive il mondo, ma in un certo senso lo organizza.

Per questo, quando cambio lingua, è come se cambiassi punto di vista. Non è una questione di sinonimi. Penso sia piuttosto una questione di peso, di postura, di responsabilità. Ci sono cose che diventano più facili da dire in una lingua e più difficili in un’altra; e ci sono altre cose che, pur sembrando “la stessa cosa”, si spostano, cambiano di tono, cambiano di centro. Pensa a una frase semplice come “Mi manchi”. In italiano sembra quasi che la mancanza stia nell’altro, come se fosse l’altro a “mancare” a te. In francese “Tu me manques” ed ecco che la geometria della frase cambia con una mancanza che si dispone diversamente. O pensa a “Mi sono perso”. In italiano suona spesso come qualcosa che succede quasi per caso, un evento che ti capita addosso. In francese “Je suis perdu” ti mette in una posizione diversa, come se fossi “tu” a essere l’attore di quella condizione, come se il discorso ti portasse più addosso il destino, o la responsabilità, o la vulnerabilità.

La lingua, insomma, decide chi agisce e chi subisce. Decide dove cade il centro del discorso, su di me o sulle cose. E chi vive tra più lingue spesso non vive con un solo modo di pensare o di sentire. Vive con più angolazioni contemporaneamente. Non è solo competenza… è un diverso modo di abitare il mondo.

Quindi vivere tra più lingue significa vivere tra più visioni?

Sì. Per questo io dico (provocando un po’, ma non troppo), parafrasando Gregg Roberts, che il monolinguismo è una forma di analfabetismo del nostro secolo. Non perché una lingua non basti per sopravvivere, ma perché ti lascia prigioniero di una sola prospettiva. E così finisce per renderti etnocentrico senza che tu te ne accorga. Ti sembra “naturale” ciò che è semplicemente la tua grammatica del mondo.

C’è una poesia di Ndjock Ngana che dice proprio che “parlare una sola lingua è prigione”. È una prigione perché ti consegna a un solo modo di mettere in ordine la realtà. Avere un solo pensiero, un solo vocabolario per nominare le cose, è una gabbia invisibile.

E questo lo vedo anche in un’altra dimensione, molto concreta, cioè la traduzione. Tradurre un libro non è “trasferirlo in un’altra lingua”, è riscriverlo. È pericolosissimo affidare tutto il testo a un’altra mano non perché l’altro non sia capace, ma perché l’altro porta un immaginario diverso. E inevitabilmente interpreta. Ed ecco, ancora una volta, che è la struttura del pensiero a passare in una lingua.

Ma arriviamo alla lingua madre. Che cos’è allora per te?

È la prima casa che abitiamo. La lingua madre è il primo luogo in cui impariamo a esistere, prima ancora delle nozioni. È lì che impariamo a ridere, a piangere, a chiedere, a chiamare, a riconoscerci. È un luogo emotivo prima ancora che grammaticale.

Per questo, quando penso a mia madre, non riesco a pensarla in un’altra lingua. La penso nella lingua con cui parlavamo ogni giorno. La memoria si ancora lì non solo perché è stata la prima lingua, ma perché è stata la lingua dell’intimità, del quotidiano condiviso, della relazione viva.

Heidegger dice che la lingua è la dimora dell’uomo. È vero, noi abitiamo nella lingua. Ma oggi la definizione classica di “lingua madre” è per me insufficiente, perché presuppone una sola origine, un solo radicamento. E ormai non è più così. Ci sono persone che crescono con più lingue dall’infanzia. E persone che cambiano lingua lungo la vita. 

La relazione con la lingua è sempre più mobile, si sposta e si trasforma. E a volte succede anche una cosa più radicale. La lingua che arriva dopo diventa la lingua del pensiero, della quotidianità, dell’intimità.

Nel tuo percorso personale la lingua è stata anche un confine da attraversare.

Sì. E anche una ferita. Io non ho imparato a scrivere in Ewe, la mia lingua d’infanzia, perché non l’ho studiata a scuola. Per la mia generazione era proibita. Venivamo puniti se la parlavamo.

C’era un dispositivo molto concreto, quasi teatrale nella sua crudeltà. Durante la ricreazione ci mettevano al collo un grosso guscio di lumaca. Dovevi “passarlo” a chi veniva sorpreso a parlare la lingua vietata. Alla fine della ricreazione, chi restava con quel guscio veniva punito. È così che ti insegnano non solo il silenzio, ma la vergogna. Ti insegnano a considerare la tua lingua un rumore. Il francese, per noi, è stato la lingua del potere tra scuola, amministrazione e lavoro. 

E quando una lingua viene inferiorizzata, anche chi la parla viene inferiorizzato. Succedeva ieri, e succede oggi. Se la tua lingua non esiste nello spazio pubblico tra le classi di una scuola, nell’amministrazione o nei servizi, beh…anche tu esisti meno. Non è solo una questione pratica (accesso all’istruzione, al lavoro, ai diritti). È anche simbolica perché interiorizzi una gerarchia e finisci per credere che una parte di te sia inferiore.  

Il francese è stato imposto. Come si trasforma, allora e se succede, una lingua imposta?

All’inizio il francese era la lingua dell’autorità. Poi, lentamente, è diventata anche la lingua della vita. Quando cominci a usarla non solo per studiare o lavorare, ma per scherzare, per litigare, per amare, qualcosa cambia. La lingua non è più solo loro, diventa anche tua.

E questo cambiamento non avviene nei manuali. Avviene per strada, nei mercati, nelle case e richiede tempo, spesso più di una generazione. I nostri figli parlano il francese in modo diverso da come lo parlavamo noi. Lo contaminano con l’oralità, con le lingue locali, con i ritmi della quotidianità. Nasce un francese ibrido, plurale. È per questo che oggi dovremmo parlare di Francofonie, al plurale.

La storia coloniale non si cancella. Resta inscritta nella lingua ma attraversarla significa anche farne memoria, senza restarne schiacciati.

Oggi scrivi le poesie in francese, la narrativa in italiano. C’è qualcosa che motiva queste scelte?

Per me la scelta della lingua non risponde mai a una sola ragione. Si muove sempre tra affetto, pratica e politica insieme.

L’italiano è la lingua con cui ho corteggiato mia moglie. È la lingua dei miei figli. È la lingua della quotidianità e dell’intimità. Vivo in Italia da più di cinquant’anni. In italiano mi sento preciso, capace di costruire una frase, di trovare un ritmo, di articolare il pensiero.

Ma scegliere una lingua significa scegliere anche uno spazio di visibilità. Le lingue poi cambiano ogni volta che qualcuno le usa. Non parlo solo di parole nuove.  Io cerco di portare nella scrittura il valore dell’oralità con proverbi, detti, ripetizioni. Porto immagini che prima non c’erano. E questo, quando avviene “da una posizione non centrale”, sposta i confini della lingua.

Scrivere in italiano da “migrante”, o comunque nella mia posizione, significa rendere la lingua più capace di contenere altre storie, altri sguardi, altre geografie. È un confine poroso che lascia passare e che permette l’osmosi.

Di fronte alle mille riflessioni sull’uso di una o più lingue, cosa diresti oggi alle nuove generazioni?

Che a volte sentire la lingua dei propri genitori come un peso è un passaggio. C’è un’età in cui si cerca solo omologazione. La lingua dei genitori diventa un segno troppo visibile, che spesso ti espone e ti differenzia. E tu vuoi solo essere come gli altri.

Poi spesso arriva un momento di verità e ti accorgi che, nonostante gli sforzi per omologarti, lo sguardo sociale ti colloca ancora come “altro”. È da lì che nasce il desiderio di recuperare ciò che avevi respinto, perché hai bisogno di un punto fermo. Tutti noi lo abbiamo. 

Ma questo recupero deve accadere perché abbia valore. E per accadere ha bisogno di riferimenti, spazi, segni. Ha bisogno di una comunità che lasci tracce, che costruisca luoghi in cui riconoscersi, eventi in cui sentirsi legittimati e narrazioni in cui non essere assenti.

Perché il problema è anche questo cioè vivere in una società in cui sei assente dall’immaginario. Se non ti vedi, se non ti ritrovi, diventa più difficile portare la tua lingua come ricchezza.

La lingua non è solo ciò che parli. È ciò che ti permette di esistere nello spazio pubblico e dentro di te. E quando impari più lingue, non ti perdi… ti moltiplichi. Allarghi la tua casa.